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Rubrica Economica

A cura del Dott. Sergio Sacchi
capo Ufficio studi di Assoconsulenza
(associazione nazionale consulenti d’investimento)



Martedì 21 Luglio 2009 14:59
CRISI FINANZIARIA GLOBALE: LO STATO DIFENDE IL MERCATO

PARTE 3: Finanza pubblica e considerazioni conclusive

Lo stato della finanza pubblica subirà un peggioramento dovuto al deteriorarsi del rapporto tra indebitamento pubblico e PIL che negli USA supererà nel 2009 per la prima volta i 1.000 miliardi di dollari aggravando ulteriormente il deficit federale che potrebbe giungere a sfiorare  il 12% del PIL, e ciò non promette nulla di buono per quanto riguarda la riduzione della pressione fiscale, ma naturalmente un forte ricorso alla politica monetaria si era reso indispensabile per contrastare il tracollo della domanda interna. La creazione di moneta ha avuto un’impennata colossale di quasi il 50% e se non governata con grande perizia potrebbe sfociare in un’inflazione galoppante. Bisogna poi evitare che il travaso enorme di liquidità sfoci in eccessi speculativi o gonfi esageratamente delle attività (ad es. i derivati sulle commodities). Il debito pubblico americano, al netto dei debiti infragovernativi, ha sfondato – dopo il nuovo piano Geithner (Ppip) - l’80% del PIL e dovrebbe aggravarsi ulteriormente in fatti il miglioramento economico attuale è guidato soprattutto da misure eccezionali (incentivi) e dalla ricostituzione delle scorte, tra qualche mese questi effetti svaniranno e si ripresenterà ancora il solito problema: come sostenere la domanda. La soluzione non potrà che essere la riproposizione di pacchetti fiscali ma stavolta più specifici e snelli.
Per quanto riguarda l’Italia anche i suoi parametri ne risulteranno alterati consistentemente, tale rapporto resta superiore al 105% e questa volta non si possono abbassare i tassi d’interesse (decretati dalla Bce), non si può svalutare la moneta (lira) e non si può fare debito pubblico. Certo che un’economia debole ed una moneta forte sono insostenibili a lungo termine.

 
Mercoledì 01 Luglio 2009 12:01
CRISI FINANZIARIA GLOBALE: LO STATO DIFENDE IL MERCATO

PARTE 2: Effetti e situazione dell'Italia

L’Italia è stata toccata marginalmente dalla crisi, in relazione al settore bancario salvo forse Unicredit per la sua forte presenza estera (tra Germania, USA e Europa dell’est), tuttavia il core tier 1 (rapporto bancario tra mezzi propri ed indebitamento) appare spesso sotto la soglia d’allarme del 6% e quindi sarà necessaria la ricapitalizzazione di molte banche, il crollo del mercato immobiliare invece è stato dirompente ed ha colpito duramente le società quotate. Mancando rispetto agli USA i fenomeni così penalizzanti delle ABS e CDO (assets backed securities e collateralized debt obligation, tipologie di cartolarizzazioni sui quali si sono accantonate perdite per rispettivamente il 41% ed il 66% del valore nominale), si potrebbe pure affermare che l’arretratezza finanziaria stavolta ha giocato a nostro favore. Inoltre le famiglie sono molto meno indebitate rispetto agli standard anglosassoni. Non mancano però i punti negativi. I forti traumi subiti dai risparmiatori, molti dei quali scottati ancora dagli eccessi della new economy e dagli scandali Enron, Madoff, Parmalat nonché dal default argentino, necessiteranno anni per essere riassorbiti. Inoltre il risparmio gestito italiano sta passando un momento molto difficile e infatti registra periodicamente deflussi consistenti per la crisi ormai strutturale dei fondi comuni e delle gestioni patrimoniali. Il rapporto tra indebitamento pubblico e PIL resterà inchiodato a 105 con la conseguenza di un peso degli interessi superiore al 10% del bilancio statale. Si è ritornato a parlare di rischio paese Italia tangibile se pensiamo alla differenza tassi tra Btp e Titoli del tesoro tedesco passata in pochi mesi da 30 a un massimo di 170 punti e poi, riassorbitasi la crisi borsistica, ritornata ai livelli consueti. Tuttavia in Italia, così come in Europa ed a differenza degli States, le cartolarizzazioni non compaiono nei consolidati ma sono certamente di migliore qualità.

 
Martedì 16 Giugno 2009 12:36
CRISI FINANZIARIA GLOBALE: LO STATO DIFENDE IL MERCATO

PARTE 1: La Genesi

Quella attuale è la prima crisi dell’economia globale e per intensità e sommovimenti finanziari (il 2008 è stato l’anno peggiore unitamente al 1931 in 207 anni di borsa americana, il commercio mondiale ha subito un tracollo del 18%) può paragonarsi solo a quella del ‘29. Per fronteggiarla si sono resi necessari interventi massicci di tutti i governi del mondo occidentale, e non solo, e miranti a ripristinare le condizioni minime di fiducia tra i risparmiatori (garanzie sui depositi bancari) e tra le banche (garanzie sui prestiti interbancari, nazionalizzazione di banche o concessione di prestiti per ricapitalizzarle). La natura della crisi è finanziaria, essa cioè è stata originata dalla decisione del governo statunitense di incentivare l’acquisto della casa e del basso costo del denaro caratterizzato dall’era Greenspan, dalla concessione di mutui a chi non poteva restituirli (mutui subprime) e dall’uso smodato dei derivati (per copertura tassi/interest rate swap, valute, azioni o inadempimento/credit default swap) per importi smisurati ben superiori al PIL di tutto il mondo, per un importo superiore ai 500.000 miliardi di dollari a fine 2007 vale a dire 13 volte il PIL mondiale. Un bilancio provvisorio valuta le perdite da derivati degli stati occidentali a 3 trilioni di dollari pari all’85% del capitale delle banche occidentali. Il boom è avvenuto soprattutto dopo il 2004 quando venne deregolamentato il rapporto di leva (cioè il rapporto tra mezzi propri e indebitamento, sino ad allora consentito al massimo a 15). Al riguardo va ricordato che per la gran parte i derivati sono stati impiegati impropriamente e cioè non per finalità di copertura ma di speculazione da parte delle aziende e persino dei comuni e collocati da parte delle banche per lucrare laute commissioni spesso senza alcuna relazione con la finanza aziendale. Inoltre tali derivati non essendo quotati su listini regolamentati hanno almeno 3 punti deboli: sono poco liquidi, non hanno margini e sono senza una cassa di compensazione che garantisca le controparti. Gran parte dei derivati si basano sulle formule dei 2 premi Nobel Black e Scholes che peraltro scesi dalla cattedra si sono scontrati con la dura realtà operativa con esiti negativi, basti pensare alla crisi del loro hedge fund Ltcm nell’estate 1998 salvato poi dalla banca centrale americana.